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Mappamondo metropolitano – il calendario 2016 di Kenda

copertina

Ecco a voi il calendario di Kenda per il 2016!
Quest’anno è intitolato “Mappamondo Metropolitano” e racchiude storie di migranti e rifugiati giunti a Bari alcuni anni fa e che oggi vivono stabilmente nel nostro territorio. Storie di fuga dalla povertà e dalla guerra, ma non solo. C’è anche amore, speranza, desideri e ricerca di pace.

Il calendario 2016 è il risultato dell’incontro tra i nostri volontari e alcuni migranti provenienti da Russia, Cina, Senegal, Palestina, Georgia etc. L’obiettivo  è trasmettere e comunicare la prospettiva di una integrazione possibile in un periodo storico costellato da migrazioni massicce.

Da qui il desiderio di Kenda di entrare in contatto con quanti si sono stabiliti sul territorio di Bari e provincia per far venir fuori le storie e le motivazioni che hanno spinto all’emigrazione dal Paese di origine.

Mappamondo metropolitano è anche un progetto transmediale, in quanto oltre alle immagini vi è un QR code che permette di associare alla foto del mese una pagina web dentro la quale chiunque può trovare interviste, foto e video narranti le singole storie di migranti e rifugiati.

Il calendario, e le storie in esso racchiuse, saranno presentate lunedì 21 dicembre 2015, alle ore 19, presso le Officine Clandestine, in piazza Mercantile 67.

Vi aspettiamo!

Laura Boldrini visita il progetto di Kenda a Gaza

foto boldrini3

Nei giorni scorsi la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, durante la sua missione in Israele e Palestina, ha visitato la Striscia di Gaza, fra cui la Municipalità beduina di Um Al Nasser.

Durante la visita si è recata presso la scuola infantile “Children’s Land” realizzata grazie ad un progetto dell’ONG Vento di Terra di Milano. All’interno dell’asilo la Presidente Boldrini ha visitato anche il centro pediatrico che Kenda Onlus ha attivato grazie al sostegno della Regione Puglia. Durante la visita si è soffermata a parlare dei problemi riscontrati nei bambini del luogo con il personale assunto da Kenda.

foto boldriniQuesta occasione dimostra quanto i piccoli progetti possano diventare motivo di vanto ed orgoglio per la nostra comunità e come sia necessario, come afferma la stessa Presidente della Camera, “continuare nella strada di sensibilizzazione e informazione anche sul nostro territorio, al fine di portare sempre più a conoscenza la situazione drammatica della Striscia di Gaza”.

Per queste ragioni Kenda Onlus organizzerà domenica 26 gennaio a Maglie (Le) presso l’ex Conceria Lamarque, il 30 gennaio a Bari presso l’Artes Cafè e l’8 febbraio a Molfetta (Ba) presso l’Associazione Culturale Tesla iniziative finalizzate a raccontare quanto sta accadendo attualmente a Gaza e in Cisgiordania.
Questi momenti serviranno anche a promuovere il viaggio solidale che Kenda sta organizzando per la prossima estate e il calendario 2014 dell’Associazione, interamente dedicato alla Striscia di Gaza.

Chi demolisce una scuola, Demolisce il futuro

COMUNITA’ BEDUINE SOTTO L’ATTACCO DEI BULLDOZER ISRAELIANI

Amnesty, Kenda, Pax Christi e Vento di Terra organizzano un incontro pubblico (27-11-2011 – La Vallisa – Bari) per dire stop alle demolizioni di case e scuole in Palestina.

È un autunno caldo quello che si sta vivendo in Palestina. Da un lato le speranze legate al riconoscimento della Palestina come Stato sovrano, dall’altro gli effetti che l’espansione delle colonie continua ad avere sui territori occupati.

Ad essere a rischio sono soprattutto le comunità beduine ad est di Gerusalemme, dove operano l’ONG Vento di Terra e l’Associazione Kenda Onlus di Bari. A partire dal mese di luglio, queste comunità si sono viste recapitare dall’amministrazione civile israeliana ordini di demolizione per scuole, case private e ricoveri per il bestiame.

Tra le strutture che rischiano l’attacco dei bulldozer israeliani c’è la scuola di gomme di Khan al Ahmar,  realizzata nel 2009 da Vento di Terra, utilizzando 2200 pneumatici usati. La scuola rappresenta una realtà simbolo in Palestina che concretizza la storica richiesta delle comunità locali di accedere ai servizi scolastici primari,  in un contesto fortemente segnato dalla difficoltà di accesso ai diritti fondamentali come l’acqua, la salute e l’educazione.

Sull’argomento si è attivata anche l’Organizzazione delle Nazioni Unite per i rifugiati Palestinesi (UNRWA) che ha promosso una campagna internazionale di sensibilizzazione, denominata “Non demolire il mio futuro”, che ha ispirato il nome dell’incontro pubblico che si svolgerà a Bari domenica 27 novembre, alle ore 19, presso La Vallisa (centro storico).

Durante l’incontro verrà raccontato quanto sta avvenendo in quei territori, partendo dalle esperienze di cooperazione in corso e dalla testimonianze dirette delle organizzazioni coinvolte. Verrà inoltre presentato il progetto che ha portato alla costruzione della Scuola di Gomme e l’azione urgente messa in campo da Amnesty International Italia per fermarne la demolizione e richiedere la sospensione del piano di espulsione delle comunità beduine che vivono in quell’area.

Sarà inoltre una occasione per prepararsi alla “Giornata ONU per i diritti del popolo palestinese” prevista per il 29 novembre, per la quale Pax Christi sta organizzando iniziative in ben cento città italiane.

Nel corso della serata sarà possibile testimoniare la propria solidarietà anche sottoscrivendo gli appelli per fermare le demolizioni.

Al termine, spazio alla musica con l’esibizione del pianista jazz Andrea Gargiulo.

 

Cosa ci fa un clown nel deserto?

Quattro clown volontari, appartenenti alla federazione VIP ITALIA, hanno svolto una visita di conoscenza della realtà beduina ad est di Gerusalemme, per realizzare attività di animazione e valutare futuri progetti da sviluppare insieme.

Ecco a voi il racconto che abbiamo ricevuto dai nostri amici clown..

sabato 6 agosto 2011

Abbiamo solo un paio d’ore del primo pomeriggio per realizzare uno spettacolo con i clown rimasti  (Pally, Mezze, Spring e Pimpa).. la bambola triste tornerà in azione, con la stessa colonna sonora, quanti ricordi!

Cerchiamo di organizzarci al meglio, ma, come se non fosse già abbastanza complicato, dall’inizio del ramadan abbiamo 2 orari diversi: quello israeliano (un’ora in più rispetto al nostro paese) e quello della West Bank (stesso orario dell’Italia) e alla fine non sappiamo mai che ore sono!!
Alicia ci chiama per comunicarci che il villaggio beduino ci sta aspettando.. scopriamo cosi’ che loro considerano l’ora israeliana.. corriamo in cerca di un autobus..ma dalle nostre parti stanno tutti mangiando.. il nostro ritardo aumenta!!
Ci mettiamo a fissare il cibo dell’autista.. mobbing ad un palestinese =)…si sente osservato.. finisce in fretta, e cosi riusciamo a partire.

La suora comboniana spagnola, che collabora con Kenda onlus, ci raccoglie nella periferia di Betania. Nel breve tragitto in macchina ci rende consapevoli della realtà che iniziamo a vedere dai finestrini.

Solito squallido schema, solita triste storia ed è anche solito lo sgomento.. la rabbia che sale dalle viscere nel vedere colonie israeliane, che come piovre si distendono, avanzando lentamente e in maniera subdola in una terra CHE NON GLI APPARTIENE.

L’insediamento e l’avamposto di Ma’ale Adumim circondano il campo beduino. Appena scendiamo dalla macchina è forte l’impatto visivo, tutto il campo è buio (senza corrente elettrica), mentre le colonie sono illuminate a giorno da moderni lampioni di luce arancione. Questi beduini negli ultimi anni hanno vissuto una vita di oppressione, in quanto sono stati estirpati dalle loro terre, senza diritto di replica. Sono tanti i soprusi che subiscono ingiustamente, tra i quali ricevere ordini di demolizione ed evacuazione immediati. Il campo, infatti non gode di nessun servizio, dato che è destinato ad essere cancellato, per le autorità sembrerà una cosa inutile. Vittime di una occupazione intelligente che non spreca. Ma queste persone esistono e sono adorabili.

Dirigendoci verso la scuola, una baracca adibita, ci attende il nostro bellissimo pubblico, in trepida attesa e incuriosito, illuminato da due lampadine messe con amore, apposta per noi. E con lo stesso amore noi doniamo il nostro spettacolo, la bambola triste. Improvvisiamo le gag, il coinvolgimento è alto, applausi e risate ci vengono offerte con molta generosità. La luna, quasi piena, ci dona la sua luce argentata.
Finito lo spettacolo, nonostante sia tardi, c’è ancora voglia di stare insieme, così diamo voce alle nostre energie cantando tutti insieme, in cerchio.

Alla fine salutiamo i bambini con una ninna nanna. Le mamme, mogli, sorelle non ci sono, il campo è molto tradizionalista, ma prima di andare via riusciremo a salutare anche loro che si affacciano dall’uscio delle loro case.

Rientrando con il pulmino pubblico a Gerusalemme, ci fermiamo al check point dove, come previsto, salgono i soldati per il controllo dei passaporti. Di solito danno uno sguardo veloce ai nostri documenti.

Viviamo un momento di tensione quando Spring spiega al soldato di aver lasciato il documento in ostello. Tutti insieme rassicuriamo il militare dicendogli chi siamo e da dove veniamo. Il colore della nostra pelle, l’accento straniero, le facce occidentali gli fanno chiudere un occhio, e non ci crea problemi. Non riusciamo ad esultare perché questa e’ una chiara conferma della diversità di trattamento tra gli occidentali e i palestinesi. Non vogliamo nemmeno immaginare cosa potrebbe subire un palestinese senza un documento. Siamo consapevoli della diversa sorte che sarebbe toccata a chi con noi condivideva quel viaggio di ritorno.

domenica 7 agosto 2011

Oggi siamo ancora in compagnia di Alicia che ci porta in un villaggio beduino vicino Betania, chiamato Jabel (Arab al-Jahalin), sempre nella periferia est di Gerusalemme.

“Questi beduini sono riusciti a intraprendere una battaglia legale più efficace”, ci dice per spiegarci le differenze rispetto il villaggio visto la sera precedente. “Come gli altri villaggi beduini, le loro tende sono state demolite per lasciar spazio agli insediamenti, ma sono riusciti a stanziarsi in un terreno, vicino ad una discarica. Qui sono riusciti ad ottenere un po’ di permessi, e con l’aiuto di progetti di cooperazione europea, hanno iniziato a costruire case”. Con la jeep passiamo vicino ad una moschea, ad un centro polivalente e arriviamo alla coloratissima scuola. Il dubbio che ci viene è che la battaglia legale sia andata a buon fine non solo grazie alle abilità degli avvocati.. ma anche per la puzza e il degrado della discarica così vicina, che rende questo posto non interessante per gli israeliani.

Alla scuola ci aspettano i bambini con mamme e sorelle maggiori. Noi siamo un po’ timorosi, perché Alicia ci ha parlato di bambini violenti e diffidenti. Ma non ci lasciamo scoraggiare, e individuato un posto all’ombra nel cortile iniziamo subito a giocare, con la preziosa collaborazione di alcune ragazze, che integriamo nella conduzione dei giochi, facendo tradurre tutto in arabo.

Constatiamo che i bambini, circa trenta, sono molto esuberanti e pieni di energie, quindi cerchiamo di ripetere più volte le regole dei giochi. Ci riscaldiamo con i bans, il cerchio è compatto, sono tutti completamente coinvolti nelle attività proposte. Il paracadute, che lasceremo, ci dona la sua bella presenza, i suoi colori magicamente mettono allegria e Alicia sorride per bel clima creato in poco tempo.

Dopo un paio d’ore di gioco decidiamo, visto il caldo e il ramadan, di far riposare i bambini dentro la scuola. Così ci esibiamo per loro con lo spettacolo della bambola.  Le magie di Pimpa, la giocoleria di Spring, le danze di Mezze non riescono a far sorridere la bambola che viene più volte presa di mira dai bambini che torturano Pally, che eroicamente riesce a rimanere immobile.

Dopo lo spettacolo raccogliamo con grandissimo entusiasmo i messaggi per la bottiglia da tutti i bambini ed educatrici. La bottiglia sarà poi affidata ad un prete che la porterà a Gaza. Siamo tutti stanchi e si perde un po’ di ordine in classe. Appena usciamo dalla scuola ci salutano tutti con grandi sorrisi e ci inseguono dietro la macchina.

Ringraziamo Alicia per averci dato questa bellissima occasione. Condividiamo con lei che i bambini sono molto ricettivi e intelligenti. Ci stupisce la facilità con la quale hanno saputo giocare tutti insieme nonostante le differenze di età. Questi bambini amano e sorridono alla vita, nonostante tutto, e averli conosciuti ci rende persone privilegiate.

Mentre cerchiamo un autobus, Alicia ci racconta delle difficoltà che il muro ha creato anche alla loro comunità cristiana. Il muro di separazione ha infatti tagliato in due la loro comunità. Così per non passare tutti i giorni attraverso i chek point si sono dovute dividere.

 

Verso un’altra guerra «umanitaria»

articolo di Tommaso Di Francesco pubblicato su “il manifesto” del 25-2-2011

Siamo ai prodromi di un’altra guerra umanitaria. Che andrebbe ad aggiungersi a quella già sul campo. Stavolta in Libia. La Nato dichiara che «non è all’ordine del giorno, per ora», l’Unione europea che «nemmeno ci pensa», il ministro della difesa italiano La Russa che «non è nei nostri pensieri, però…». Ma ci stanno pensando, ci ragionano, e soprattutto si attivano forze e strumenti istituzionali di copertura.

Sanzioni, no fly zone. Diciamo questo perché, ben al dilà del disfacimento evidente del regime di Gheddafi, delle sue drammatiche responsabilità e del suo delirio, emerge la disinformazione. Si rende cioè evidente un significativo livello di menzogne da parte dei media ancora una volta embedded: fosse comuni che appaiono, quando in realtà sono fosse individuali; un salto improbabile in 12 ore dalle mille alle diecimila vittime, secondo l’americanissima televisione Al Arabya; flash di foto di corpi senza vita; l’invenzione di un inesistente membro libico della Corte penale internazionale rigorosamente antiregime che moltiplica per 50mila il numero delle vittime e dei feriti.

Quasi un déjà vu balcanico: per il Kosovo, quando ci fu poi la verifica sul campo dei medici legali del Tribunale dell’Aja risultò falso il numero delle vittime e inventata la strage di Racak. Ma fu ben utile, nell’immediato, per 78 giorni di bombardamenti aerei della Nato che provocarono 3.500 vittime civili. Volute, non «effetti collaterali», denunciò un’inchiesta di Amnesty International. Dimenticate, anzi cancellate da ogni memoria. Giacché la guerra doveva essere «umanitaria». E a quell’enfasi di menzogne partecipò un’intera schiera di media.

Ci stanno pensando alla «missione». Gridando al cielo che «no, è infame bombardare i civili», si sdegnano le cancellerie occidentali. Dimenticando il massacro dei civili e degli insorti se sono iracheni o afghani. Già l’amministrazione Usa parla di una delega all’Italia e alla Francia, paesi ex coloniali che dovrebbero guidare l’eventuale «missione». Del resto lo strumento militare operativo di Africom della Nato è già pronto, come da mandato, per l’intervento proprio in quell’area. E tutti sono avvertiti della presenza sul campo non di Al Qaeda che soffia sul fuoco, ma di un integralismo islamico reale e storico in Cirenaica.

Eppure non sanno ancora come motivarlo l’intervento. Se avessero a cuore davvero la vicenda umanitaria, non avrebbero dovuto sottoscrivere accordi di compravendita di armi con il Colonnello. E se l’Italia è davvero attenta all’umanità non avrebbe dovuto ratificare in modo bipartisan un Trattato che, pur riconoscendo finalmente le nostre malefatte coloniali, ha chiesto a Gheddafi di istituire campi di concentramento per fermare la fuga dei migranti disperati dalla grande miseria dell’Africa dell’interno e del Maghreb.

Non lo dicono, né lo diranno mai. Ma come per l’enfasi e la falsificazione sul numero delle vittime, c’è l’esagerazione interessata sui «milioni di profughi» dalla Libia e dalla Tunisia, «250mila» ha detto il gommoso Frattini, senza alcuna vergogna. Non lo dicono, ma sono terrorizzati davvero per il pericolo che corrono gli approvvigionamenti di petrolio e metano. Per i nostri consumi, il nostro intoccabile modello di vita.
Per questo alla fine interverranno
. Non per un ruolo umanitario da subito degli organismi delle Nazioni unite, non per un corridoio umanitario che porti soccorso a chiunque, insisto chiunque, soffra – giacché la crisi libica si rappresenta più come guerra civile che come rivolta secondo il modello di Tunisi e del Cairo.

Interverranno perché, qualsiasi sia il potere che arriverà dopo Gheddafi, svolga per noi la stessa funzione del Colonnello: elargire petrolio per i consumi dell’Occidente e impedire l’arrivo dei disperati relegandoli in un nuovo sistema concentrazionario.

Il Programma di supporto alle Municipalità Palestinesi

Il 31 gennaio Kenda Onlus sarà presente alla Conferenza internazionale “La cooperazione fra Territori palestinesi e italiani: rafforzamento istituzionale, governance e sviluppo economico a partire dal PMSP”, finalizzata a consolidare e rilanciare le iniziative di cooperazione rientranti nel “Palestinian Municipalities Support Program” e fare un quadro sinergico con i rappresentanti degli EELL e delle Regioni italiane interessati alla cooperazione nell’area.
Ospita la Regione Umbria che, nell’ambito della Conferenza dei Presidenti delle Regioni e Province Autonome, coordina le attività di cooperazione e le iniziative per il dialogo e la pace in Medio Oriente.
Alla conferenza parteciperanno, tra gli altri, il Sottosegretario Stefania Craxi, il Ministro del Governo locale palestinese, Khaled Al-Qawasmi, accompagnato da una delegazione di Sindaci palestinesi, il Console Generale d’Italia a Gerusalemme, Luciano Pezzotti, il direttore del Programma, Antonio La Rocca ed il Portavoce dell’associazioni degli Enti regionali e locali italiani, Paolo Ricci.

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