Gennaio 2016

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HUSSEIN (Bangladesh)
“In Italia sono arrivato da clandestino. Dal mio Paese ho dovuto attraversare India, Pakistan, Iran, Turchia e poi Grecia e Italia. Il viaggio dura diversi mesi. Ci sono alcuni Paesi in cui devi attraversare il confine a piedi e poi ci sono soprattutto i camion usati dai trafficanti”

Ecco la sua storia…

Come si chiama, quanti anni ha e da quale Paese viene?
Il mio cognome è Hussain, vengo dal Bangladesh e sono da 6 anni in Italia
Come mai in Italia? Come è arrivato qui a Bari?
In Italia perché sono arrivato clandestino, attraversando vari paesi; sono arrivato in Italia per trovare un futuro migliore, per trovare un lavoro che riuscisse a far fronte ai bisogni della famiglia.

È arrivato subito in Puglia o è stato in altre regioni prima?
Sono arrivato in Puglia direttamente. La prima cosa che ho fatto arrivando in Italia è stata cercare un lavoro, ma con la legge che non permette di far lavorare i minori, poiché ero minorenne, sono stato accompagnato in una comunità per minori. Da lì mi hanno spiegato i vari percorsi scolastici e per l’integrazione. Perché la cosa più importante è conoscere la lingua.

Quanto è durato il viaggio? Che mezzi ha usato?
Il viaggio è durato sei mesi, dal mio Paese si attraversa India, Pakistan, Turchia, poi Grecia e Italia. Il viaggio dura diversi mesi, ci sono alcuni Paesi in cui devi attraversare il confine a piedi. Poi ci sono soprattutto i camion usati dai trafficanti.

Ha ancora contatti con le persone con le quali ha condiviso il viaggio?
Si, si. Da quando sono arrivato ho incontrato altri minori come me, e poi ho conosciuto un gruppo scout, diciamo che grazie anche al gruppo di amici scout non ho impiegato molto ad integrarmi, il primo passo è stato quello, in più la scuola. Poi ho cambiato subito idea, Pensavo “Sono giovane quindi avrò più possibilità di lavorare quando riuscirò a diventare qualcuno”. E ho continuato a studiare, non cercavo lavoro subito. Ho iniziato a frequentare scuola.

Quindi tutto è cominciato con un percorso di integrazione che la stessa comunità nella quale era ospitato le ha indicato, e il primo passo è stato con gli scout…
Esatto, vedere giovani come me che studiano per diventare qualcuno mi è servito da esempio. Pure io volevo diventare qualcuno nel mio Paese. Purtroppo non ho avuto la possibilità perché, quand’ero piccolo, è morto mio padre e quindi, nella nostra cultura, se muore il papà diventa più difficile perché la mamma non lavora.

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Sua madre è rimasta in Bangladesh? Come vi sentite?
Si, ci sentiamo tramite telefono. Adesso per fortuna il mio lavoro mi permette di andarla a trovare, una volta o due l’anno.
Lei viene qualche volta qua?
No, no.
È figlio unico?
No, ho un fratello e due sorelle, mio fratello sta in Sudafrica. Mia madre adesso sta sola. Nel senso che le mie sorelle sono sposate quindi adesso mia mamma vive con la moglie di mio fratello.

Tornando un attimo al primo periodo passato in Italia… dopo questo periodo di rodaggio, nel quale andava a scuola e ha imparato la lingua, ha iniziato a lavorare?
Diciamo che trovare lavoro è stata dura, perché non ho un “bel fisico”. Nel senso che ho iniziato a lavorare nel 2010 quindi non avevo la barba, ero più magro e penavano fossi debole. Comunque il lavoro è stato un po’ difficile trovarlo, però ho lottato e ho iniziato a lavorare a Poggiofranco presso “Rossopomodoro”; inizialmente non volevano assumermi perché ero piccolo, appena maggiorenne. Ho iniziato con il servizio a domicilio e poi sono diventato lavapiatti, da lì ho fatto esperienza e sono diventato cameriere. In un anno di lavoro sono riuscito a fare tutto, mi dicevano che ero un jolly perché sapevo fare tutto. Però lavorare nella ristorazione non mi interessava, mi piace comunicare con le persone e quindi piano piano ho imparato l’italiano e ho iniziato a fare l’interprete dalla fine del 2011, dopo che ho lasciato l’altro lavoro quando ho avuto la possibilità di lavorare come mediatore tramite corsi.

La formazione l’ha fatta all’interno della comunità quando era minorenne o dopo?
Anche dopo, un anno di scuola l’ho fatto da solo; vivevo da solo, ho frequentato un anno di “operatore turistico” e sei mesi di formazione per diventare “mediatore socio-culturale”.

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E adesso come vede il suo futuro qua in Italia, da qui a due anni?
Mi piacerebbe lavorare sempre in quest’ultimo ambito. Quando sono arrivato non ho ricevuto aiuto dai miei connazionali o da altri stranieri, ma dagli italiani. Non tutti hanno la fortuna che ho avuto io, può capitare di non conoscere delle brave persone italiane. Adesso purtroppo ci sono molte fregature. Quindi mi piacerebbe aiutare quelli che hanno bisogno, magari quelli come me o altri italiani che hanno bisogno.

C’è qualcosa del suo Paese che l’ha accompagnata per tutto il viaggio o che ha ancora qua? C’è qualcosa del suo paese che le manca in particolar modo?
No, con me non ho nulla ma i ricordi. Come ho detto, ho perso mio padre quand’ero piccolo, ho vissuto con molta fatica e molti ragazzi del mio paese decidono di andare via proprio per questo. Uno deve pensare a dare una mano alla famiglia. Magari all’inizio i ricordi fanno male quando vedevo ragazzi in compagnia, amici di infanzia. Qui ho degli amici, però non potrò mai avere gli amici che ho lasciato lì, una cosa è crescere insieme, un’altra è arrivare in un posto dove non conosci nessuno.

A Bari c’è una comunità bengalese? Di solito dove si riunisce? Organizza attività?
Si, è una comunità molto forte. La frequento, quando hanno bisogno li aiuto, se non riesco ad aiutarli io indirizzo loro in qualche ufficio del comune da indicare. Adesso tutti pensano a lavorare, però in genere il venerdì si vedono per andare insieme in moschea.

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In questi anni a Bari le è capitato di essere vittima di episodi di razzismo?
In realtà quello che vedo sui social network mi rende triste, quello che anche amici pubblicano che non sanno la realtà e non se ne accorgono cosa c’è dietro queste bufale. A me personalmente non è mai capitato di essere offeso, perché sono stato aiutato subito ad integrarmi.

Ha mai pensato di andare a vivere fuori da Bari e dalla Puglia?
All’inizio sì. Avevo pesato di andare fuori bari, non sono riuscito perché quello che mi ha dato Bari, forse é una sensazione, non troverò altrove: l’accoglienza e l’amicizia. Per me nella vita non bastano solo i soldi. Se dovessi lasciare Bari credo che tornerei nel mio Paese.

Adesso quindi si occupa solo di mediazione culturale?
Oltre questo ho altri lavori. Ho un piccolo negozio, perché con questo lavoro non ho uno stipendio buono, lo faccio per passione. Cerco di fare altro. Ho un’associazione di cricket che ho creato nel 2012, si chiama “Friends cricket Bari”. È come il baseball, è un po’ complicato da spiegare. È uno sport diffuso anche in India, infatti ci sono un sacco di indiani, afgani e bengalesi che giocano. Solitamente ci si ritrova al parco di Punta Perotti nei giorni in cui non si va al lavoro.

Sarebbe bello venire a vedere una partita, grazie mille per la disponibilità! A presto!
Certo, vi avviso, grazie a voi! A presto!

(Intervista e foto di Teresa Manuzzi – trascrizione di Silvia Ernesto)

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